martedì 17 agosto 2010

quando la neccessità aguzza l'ingegno

Marconi guardò l’ora con un impeto di frustrazione, desiderando ardentemente che l’antica lancetta dell’altrettanto antico orologio potesse scorrere più in fretta
Mancavano soltanto cinque minuti all’agognato week-end di riposo.
Una timida scampanellata lo scosse, e la porta del negozio si aprì, rivelando due figure in procinto di entrare.
La prima, preceduta da una zaffata di veleno ipnotico firmato Dior e annunciata dal ticchettio di un paio di tacchi dodici magistralmente calzati, apparteneva ad una ragazza di una ventina d’anni con un seno florido, esaltato dalla profondità dello scollo dell’abito nero che lasciava scoperta gran parte delle lunghe gambe abbronzate. La accompagnava un uomo distinto piuttosto in là con gli anni in abito scuro ed elegante, una stilografica nel taschino della camicia e una stempiatura ormai evidente. Le aveva aperto la porta e in quel momento le porgeva il braccio, galante.
Il gioielliere si chiese se per caso potesse essere suo padre, ma subito strozzò l’interrogativo in favore di una più adeguata professionalità; quindi si schiarì la voce, chiuse di scatto il libro contabile e sfoderò un sorriso affabile, alzandosi in piedi dietro il bancone.
“Buonasera.”
“Buonasera!”
Notò come la voce della ragazza fosse esaltata, euforica, ma lo avrebbe ricordato solo in seguito.
A lei. – L’uomo aveva, invece, un timbro roco, vissuto, e lo inchiodò con gli occhi scuri, addirittura leggermente infossati a causa dell’età avanzata. – può aiutarci?”
“Sarà un piacere, mi dica.”
“Cerchiamo un bracciale.. Diamanti. E’ un regalo.”
La mano libera dell’uomo corse al braccio della ragazza, accarezzandolo con una sorta di possessiva e calcolata distrazione.
Ben presto, un intero espositore di anelli e bracciali di notevole valore, sottolineato dai discreti e mirati complimenti di Marconi, era stato portato all’attenzione dei due.
“Voglio questo.”
La biondina sembrava sapere il fatto suo mentre con una lunga unghia laccata di rosso fiammante picchiettava contro il vetro, annuendo con occhi luccicanti.
“Quanto, per quello?”
“Quindicimila euro.”

L’uomo mise mano alla tasca dell’elegante giacca scura, ne trasse fuori un libretto degli assegni dalle fruscianti pagine azzurrine e lo appoggiò con delicatezza sul pianale di vetro del bancone, per poter recuperare la stilografica nera dalle rifiniture dorate.
Firmò senza battere ciglio, scrivendo la cifra con altrettanta serietà.
“Le lascerò l’assegno, lei potrò verificare lunedì mattina se è coperto presso la mia banca e la mia compagna, nel pomeriggio, verrà a ritirare il bracciale. Le sembra ragionevole?” Non aveva esitato nello strappare l’assegno, né nell’allungarglielo con gesto rigido, deciso.
Marconi aveva fame, e la proposta gli sembrava ragionevole.
Annuì, accomodante, digitando in fretta un codice nel registratore di cassa per riporre l’assegno al sicuro, bloccato insieme ad altri da una graffa.
“Arrivederci.”
Li osservò andarsene con interesse, lui basso e un po’ tarchiato e la sua compagna alta e ancheggiante. Si chiede cosa potessero condividere oltre al letto.


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“Buongiorno, sono l’uomo che venerdì sera è passato da lei per trattare dell’acquisto di un bracciale di diamanti, venerdì sera – Marconi riconobbe all’istante la voce strascicata del vecchio, e si accigliò – volevo solo avvisarla che non è necessario che telefoni in banca per verificare la copertura dell’assegno poiché, sono in grado di dirglielo io sin da ora, non posseggo neanche un terzo di quei soldi.
Volevo ringraziarla, però, perché questo week-end è stato senz’altro il migliore della mia vita.”

Marconi intuì che l’uomo, nel registrare tale messaggio nella sua segreteria telefonica domenica sera, stava sorridendo.

giovedì 5 agosto 2010

2 agosto.

sono giorni bui, la mente è in tempesta.
qualcosa ha sollevato un polverone di pensieri, e ora chi le placa più queste nubi dense di angoscia?

Quattro giorni fa era il 2 agosto.
Trent'anni e quattro giorni fa, alle diecieventicinque di mattina, scoppiava una bomba nella Stazione Centrale di Bologna.
Ho visto il foro nel pavimento, lo hanno lasciato. E la lapide.

In piazza c'era un concerto commemorativo, ho provato a sentirne un pezzetto. (in tutta onestà l'insieme mi pareva non dissimile ad un cd sui canti delle balene che ha mio padre, ma de gustibus..)
E' stato angosciante. Papà dice che è giusto che lo sia, perché serve a noi per ricordare.
Ma io penso che noi dovremmo essere i primi a ricordare, senza aiuti; che se è un concerto ad aprirci gli occhi e a suggerirci "ehi, 30 anni fa sono morte 85 persone", allora una secchiata d'acqua sarebbe più opportuna.

Mia madre avrebbe dovuto prendere quel treno.
Sbagliò orario e, ignara ed in anticipo, salì sul precedente.

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Ora più che mai comincio a rendermi conto dell'anormalità della mia famiglia.
E' facile vedere normalità dove ci sono, invece, solo abitudine e routine.

La malinconia è una brutta malattia.

Ma gli adulti non hanno mai voglia di arrendersi, alzare le mani e viver qualche giorno di pace? Di tranquillità?
Sempre a contestare, discutere, arrabbiarsi, litigare.
Annegano l'animo nelle pretese, nei rimpianti e nei rimorsi.
Muoiono lentamente vittima delle loro stesse pretese, delle loro lamentele. dei loro caratteracci.

[...]
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
[...]

Martha Madeiros

martedì 3 agosto 2010

ripulisti.

E ora si ricomincia